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Non scrivo praticamente più su questo blog. Mi sono dedicato completamente a www.enricoberlinguer.it e curo la rubrica "Il Rompiballe" su Qualcosa di Sinistra. Questo è il mio blog personale, che ho fondato quando avevo 18 anni e ci sono affezionato. Riflette le mie speranze di allora, su una nuova Sinistra, che recuperasse la lezione di Enrico Berlinguer sulla Questione Morale e sull'austerità e la saldasse con la questione della democrazia incompiuta del nostro Paese. 

Rileggendomi, a distanza di anni, sorrido della mia ingenuità di allora. Per fare buona politica, diceva Piero Calamandrei, c'è bisogno di persone oneste che facciano modestamente il proprio mestiere con passione, rigore e impegno morale. Perché sincerità e coerenza, che possono sembrare ingenuità, alla lunga sono l'unico buon affare.

Se mi seguivate allora e volete leggermi "quotidianamente", mi trovate su facebook o su twitter.

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"Change will not come if we wait for some other person or some other time. We are the ones we've been waiting for. We are the change that we seek."
(Il Cambiamento non arriverà se aspettiamo qualcun'altro o qualche altro momento. Noi siamo quelli che stavamo spettando. Siamo il Cambiamento che cerchiamo.)

(Barack Hussein Obama, 44° Presidente degli Stati Uniti d'America)

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21 gennaio 2011

Quando c'era il PCI

È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche. Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità.” (Cos'è questo golpe? Io so, di Pier Paolo Pasolini)

A leggere queste parole di Pasolini, dopo tanti anni, c’è da chiedersi cosa avrebbe scritto a proposito della deriva culturale che ha colpito questo Paese. L’Isola, il PCI, non esiste più. Non esistono più nemmeno i suoi eredi, i suoi intellettuali, i suoi ideali, le sue lotte, le sue conquiste.

Tutto è stato reso così tristemente uguale, così scientificamente inevitabile. Gli ideali hanno ceduto il passo agli interessi e se la speranza è sempre l’ultima a morire, abbiamo già perso i sogni e la passione sul campo di battaglia.

Una battaglia culturale, prima ancora che politica, perché tutti i guasti dell’Italia di cui scriveva Pasolini e l’attuale sono tutti di matrice culturale e sono resi ancora più gravi dall’assenza colpevole di una Sinistra che se non è morta, ha certamente scelto l’esilio. O, peggio, ha scelto il peggio del conformismo reazionario e gli ha applicato il peggio della mentalità comunista, con gli effetti devastanti che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

Nell’Italia della Prima Repubblica non c’erano meno scandali, meno ombre, meno ingiustizie di oggi, ma c’era il PCI, il Partito Comunista Italiano, che, checché ne dicano i revisionisti ex, post (ma sempre cialtroni), è stato la più grande scuola culturale di massa di questo Paese. Nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte. Nelle luci e nelle ombre che ci sono in ogni cosa.

E quello che oggi manca alla mia generazione, quella generazione di giovani così tanto accusata di menefreghismo e di pigrizia da parte di quei post/ex comunisti sempre pronti a salire in cattedra e mai bravi a fare autocritica, è proprio questo: non il PCI in quanto tale, quanto quella grande scuola culturale che esprimeva.

Quello che manca a noi giovani, insomma, è un nuovo orizzonte culturale a cui attingere per tornare a riappropriarci, con la passione che dovrebbe contraddistinguerci (e che invece viene spenta da secchiate di realpolitik da chi dovrebbe rappresentarci), di quei sogni e di quegli ideali che hanno animato due secoli di lotte e di speranze. Sogni e speranze che hanno portato gente a sacrificare la propria vita e che, grazie a quella che se Gramsci fosse qui oggi chiamerebbe la generazione dei costruttori di soffitte, sono stati sacrificati sull’altare della legittimazione per andare al governo.

Il PCI era una scuola culturale e politica che faceva paura sia ai sovietici che agli americani: non è un caso, infatti, che sia l’URSS che gli USA avessero pronte precise strategie per l’Italia, nell’ordine di eliminare il suo segretario più amato (la prima) e di attuare un golpe reazionario sulla falsa riga di quello cileno (la seconda).

Il Pci è stato inoltre un riferimento importante, ed in alcuni casi insostituibile, nelle storie individuali di milioni di donne e di uomini del nostro Paese. Una immensa comunità, un paese Partito che si estendeva in tutto il paese Italia e in cui “l’essere compagni” ed avere in tasca la tessera del Pci costituiva un inalienabile diritto di cittadinanza.

In qualsiasi città italiana si trovasse, anche la più sperduta, un compagno del Pci poteva recarsi in una sezione del Partito, sapendo di esservi accolto come un padre accoglie il proprio figlio dopo un lungo viaggio. Quanti italiani delle regioni meridionali emigrati al nord hanno ricevuto la prima accoglienza dalla locale sezione del PCI, quanti contadini hanno imparato “a non togliersi il cappello davanti al padrone di lavoro” e a chiedere, con dignità, il rispetto dei propri diritti, diventando finalmente dei “cittadini” a tutti gli effetti. E quanti hanno imparato a leggere e scrivere, quanti sono morti per l’ideale di una società più giusta.

Non voglio dilungarmi troppo, né dipingere un ritratto tutte luci e niente ombre, perché sarebbe irrispettoso nei confronti di chi il PCI l’ha vissuto per davvero (e io che sono nato qualche mese prima della Bolognina non ho il diritto di spiegarlo ad altri, ma sento il dovere di provare a spiegarlo ai miei coetanei).

La fine del comunismo reale avrebbe portato anche il PCI (la Giraffa, come lo chiamava Togliatti, quell’animale così strano, ma che eppure esiste), sul lungo periodo, ad essere distrutto. L’obiettivo della Svolta, infatti, come testimonia anche un’intervista ad un allora trentaquattrenne Walter Veltroni (chissà se oggi si riconoscerebbe) era quella di non disperdere l’immenso patrimonio ideale, politico e culturale del PCI:

Io ho passato 20 dei miei 34 anni lavorando a tempo pieno dentro questo partito. Questo PCI è stato per me qualcosa che ha cambiato la mia vita e ai suoi caratteri io sono indissolubilmente legato. La sua grande forza è stata la capacità di scelte difficili. Questa è una di quelle. Non c’è dubbio, era più comodo stare fermi. Così per ci saremmo assunti la responsabilità, per non avere il coraggio di sbagliare, di vedere deperire un grande patrimonio politico e ideale.

Quel patrimonio politico e ideale, anziché deperire, è stato lentamente distrutto, spazzato via, attraverso la più grande rimozione culturale della Storia italiana recente, il cui ultimo fotogramma si concretizza nella lotta alla parola “compagno”. Non era infatti l’epifania del “Nuovo”, carico di sicuri trionfi e cambiamenti, ma semplicemente il funerale di quello che da una sera alla mattina era diventato “Vecchio”, che avrebbe portato solo ad una stagione di sconfitte e traumi collettivi.

Perché alla fine, come disse Berlinguer nel 1979:

“Secondo qualcuno il nostro partito dovrebbe finire di essere diverso, dovrebbe cioè omologarsi agli altri partiti. Veti e sospetti cadrebbero, riceveremmo consensi e plausi strepitosi, se solo divenissimo uguali agli altri… se decidessimo di recidere le nostre radici, pensando di rifiorire meglio. Ma ciò sarebbe, come ha scritto Mitterrand, il gesto suicida di un idiota.”

E così alla fine è stato. E le migliaia di persone che stanno visitando la mostra del PCI a Roma, organizzata dalla Fondazione Gramsci, che si emozionano al solo rivedere il sorriso di Berlinguer, i quaderni di Gramsci, le immagini di milioni di persone in piazza, è l’ennesima dimostrazione che manca un orizzonte culturale capace di risvegliare le coscienze. E, soprattutto, la passione in noi giovani.

Perché quale passione dovremmo riscoprire, noi giovani, condannati a vivere in una società che l’unica cosa che ci offre è quello di diventare una rotella di un ingranaggio volto solo a favorire la prepotenza, il privilegio, la corruzione

Quindi è per questo che, anche se non sono comunista, anche se non ho mai potuto esserlo, né ho mai potuto militare nel grande Partito Comunista Italiano, scrivo oggi qui, questo articolo, per confessarvi una cosa: che io, nel bene o nel male, fortemente lo rimpiango.




31 dicembre 2010

2011: dopo 150 anni l’Italia può cambiare?

Eccoci qui, mancano poche ore alla fine di questo 2010. Per la Sinistra bilancio amaro, lo diceva ieri Giorgio Pittella nel suo articolo, ma per l’Italia? Probabilmente ancora peggio, visto che perdiamo terreno in tutti i campi: politico, culturale, scientifico, tecnologico, energetico. Per non parlare dei diritti e della democrazia quotidianamente violentati, della libertà di informazione e di espressione sempre più ridotte ad un lumicino in quella coltre di nebbia fatta di povertà, miseria e ignoranza che affliggono l’Italia del 2010 e che, molto probabilmente, continueranno a farlo anche nel 2011.

Siamo una nazione da centocinquant’anni, una democrazia da poco più di 60: il dato drammatico è che sin dal 1861, chiunque volesse radicalmente rivoltarla come un calzino questa Italia che ha dato i natali a Dante, Machiavelli, Manzoni e tutti i grandi che ancora ci rendono onore, ha regolarmente perso battaglie, guerre e singolar tenzoni. Non mi riferisco a quelle politiche, ma a quelle culturali.

Perchè nel 1861 abbiamo realizzato l’Unità Politica dell’Italia, non certo quella Culturale: chi ci ha provato, ha miseramente fallito. Del resto, l’arte del Cambiamento, diceva Machiavelli, è la più difficile di tutte, perchè i conservatori sono sempre la maggioranza. E purtroppo questa maggioranza riesce a sfruttare a suo vantaggio povertà, ignoranza e miseria che dovrebbero portare un popolo degno di questo nome a ribellarsi o quanto meno darsi da fare per porre le basi di quel Cambiamento.

Con una disoccupazione all’8,7%, con 4 giovani su 5 che non riescono a trovare lavoro, con 600.000 lavoratori colpiti nei primi 11 mesi del 2010 dalla cassa integrazione, a fronte delle terze tasse più alte del mondo (43,5%) e del terzo debito pubblico del mondo (120% del PIL, 1815 miliardi di euro circa), c’è poco da stare allegri. Soprattutto per la fuga di quei cervelli che poi realizzano brevetti e scoperte scientifiche all’avanguardia all’estero, dove vengono giustamente super-pagati e messi nelle condizioni di lavorare (a dimostrazione del fatto che questo non solo non è un paese per giovani, ma nemmeno per i più meritevoli).

Il tasso di mobilità sociale (ovvero la possibilità, per esempio, che il figlio dell’operaio diventi manager d’impresa o comunque sia economicamente e socialmente avanti rispetto al proprio padre) è bassissimo, la fantomatica società meritocratica (parità di accesso e condizioni di partenza, ha successo chi si dà da fare), unica vera possibilità per evitare la tanto vituperata lotta di classe (che esiste tutt’ora, sono semplicemente scomparsi i rappresentanti tradizionali) un miraggio.

Imperano corruzione, clientelismo, affarismo e commistione tra pubblico e privato. Per non parlare dei legami tra economia e politica e di entrambe con la criminalità organizzata. In una parola Questione Morale, Questione Meridionale, Questione Legale.

Sul fronte della tutela dei beni culturali, i crolli di Pompei sono eloquenti, così come sono eloquenti le demenziali proposte di privatizzare tutto (dimenticandosi che il pubblico ha fini sociali, il privato solo il profitto).

C’è qualche speranza? Diceva Enrico Berlinguer: “Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia.”

Dunque la speranza siamo noi. La speranza risiede nella nostra capacità di immaginare, progettare, praticare una nuova idea di società, di politica e di Italia, che potrà pur non godere di grandi consensi all’inizio, ma che sul lungo periodo sono vincenti. Forse il 2011 non segnerà alcun cambiamento positivo, ma bisogna sempre ricordare che il Cambiamento è un’opera corale, una lotta comune. Che si vive e si va avanti solo se si sta insieme e non da soli. La prima regola per poter cambiare? Dare l’Esempio. A furia di predicar bene e di razzolare ancora meglio, i consensi cresceranno.

Perchè anche la notte più buia ha una fine segnata dall’alba di un nuovo giorno. Buon 2011 a tutti.




19 dicembre 2010

Vecchi Trinariciuti e Giovani Vecchi

E chi mai lo avrebbe detto? Tutto mi sarei aspettato, tranne che la mia lettera aperta a Pisapia, che contestava un suo certo modo di fare, nonché un atteggiamento persino ripreso in video (e quindi non negabile da parte del diretto interessato, che tutt'ora tace, seppur si dica sfiduciato per il suo ultimo incontro con i militanti del PD, che a quanto pare si sono spinti ben oltre il mio "non è vero che la partecipazione è salita") avrebbe avuto una diffusione così ampia, su facebook, così come in termini di visitatori unici su Qualcosa Di Sinistra (http://www.enricoberlinguer.it/qualcosadisinistra).

Potere del web e di quel network tanto deriso che abbiamo messo insieme attorno a EB.IT e la fanpage di Berlinguer su facebook.

Gli unici commenti pubblici (quelli privati li lasciamo al cattivo gusto di chi li ha scritti, visto che sono solo pieni di insulti) sono di alcuni irriducibili pisapiani che, a parte prodursi in banali delegittimazioni come dei Gasparri qualunque che non contestano un bel nulla, non hanno dato una bella immagine di quella simpatica "macchina da guerra" che avrebbe portato Pisapia alla vittoria il 14 novembre.

I dati oggettivi sono due: vi è stato un calo della partecipazione del 18,26% e i giovani sotto i 25 anni al voto erano meno del 2,56% degli aventi diritto (2000 su 78000). Dati che Pisapia nega. Gli ho chiesto pubblicamente il perché, si rifiuta di rispondere.

Stabilendo però che la colpa è dello specchio e non di chi ci sta davanti (come dei Ghedini qualsiasi), costoro dicono che per non far vincere la Moratti non bisognerebbe farsi queste "pippe". Che strano: e io che pensavo si dovesse recuperare il voto degli astenuti, soprattutto di quei 15000 cittadini che alle primarie non sono andati a votare.

Addirittura mi invitano, data la mia verbosità, di fare come alcuni miei coetanei (il che probabilmente significa che dovrei pippare coca in disco oppure fare lo yes-man in qualche partito al soldo di un satrapo garofanato), altrimenti corro il rischio di diventare un "giovane vecchio".

Se essere "giovane vecchio" significa avere un cervello e farlo funzionare, soprattutto battendosi per alcuni ideali, allora sì, lo ammetto: sono un giovane vecchio. Che è pur sempre meglio di essere un vecchio trinariciuto alla Guareschi che, come un morto vivente, pretendono di avere ragione in base alle primavere che hanno alle spalle, e non in base ai fatti e i dati (che non smentiscono).

Che amarezza. Soprattutto quando mi si risponde con "BASTA GIOVANI" alle mie critiche. Perché, ci sono mai stati? Quando andavo a vedere Pisapia, l'età media era 55 anni. E io ero l'unico ventenne, a parte i "giovani giovani" (come li chiamerebbero loro) dello Staff di Pisapia. E infatti, il trend alle primarie era quello: oltre i 45 anni, il 71% dei partecipanti (27% gli over 65).

Basta Giovani? Come si quantifica il basta di niente? Chissà. Nel frattempo, sapete cosa vi dico? Che non è colpa di Giuliano: è colpa di chi gli sta intorno. Troppi Vermilinguo di tolkeniana memoria.

Comunque, caro Giuliano, se ti facciamo così tanto schifo, basta dirlo: ci sono tante belle cose da fare nei week end elettorali. Magari, come consiglia qualche tuo simpatico trinariciuto, che nasconde la terza narice sotto i baffi, "fare un po' di chilometri". O come disse il (da voi) compianto Craxi: "andare al mare".

Che è pur sempre meglio che farsi insultare da terzi, senza ottenere alcuna risposta degna di questo nome.




17 dicembre 2010

La Sinistra non Vince con le Favole

Lettera aperta al candidato sindaco del centrosinistra a Milano, Giuliano Pisapia.

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Caro Giuliano,

ti scrivo questa missiva pubblica, dandoti del tu, semplicemente perché ho condiviso sin da quella famosa riunione dell’8 settembre alla Libreria del Mondo Offeso, che tu rievochi sul tuo blog, l’avventura delle primarie al tuo fianco.

Ti ho votato alle Primarie, nonostante le molte, forse le troppe, contraddizioni che ti trascinavi dietro di giorno in giorno (dal definire il concorso esterno in associazione mafiosa un’anomalia giuridica sino alla proposta di rimpatrio volontario dei rom alla Sarkozy, per non parlare della ciellina Sec di Tagliabue a curarti la campagna elettorale), eppure ero convinto che, nonostante tutto, la tua proverbiale umiltà e propensione all’ascolto alla fine avrebbero risolto ogni problema ed ogni eventuale incomprensione, per dirigerci tutti verso una riconquista di Milano, da troppo tempo malgovernata dal Berlusconismo.

Ora non ne sono più tanto convinto. E non tanto per il ritardo di un’ora alla serata che avevamo organizzato alla Libreria per parlare di “Qualcosa Di Sinistra”, visto che le guest star erano ben altre l’altra sera e si chiamavano Iole Garuti, Edda Pando, Shady Hamadi, i collettivi studenteschi (quelli sopravvissuti alle manganellate), i ragazzi del comitato antimafia e tutti quelli che sono voluti venire a discutere con noi (nel caso non si fosse capito, tu, Valerio Onida, Giulio Cavalli e Michele Sacerdoti eravate stati invitati per ascoltare ed eventualmente capire), quanto per la tua reazione scomposta ed esagerata alla mia obiezione sul fatto che i dati sulla partecipazione avevano un evidente segno meno e non un decisivo segno più come affermavi tu.

Quando vaneggiavi un presunto incremento del 2,56% nella partecipazione alle primarie, ti contestavo forte del fatto che all’inizio della serata avevo proiettato una piccola presentazione che mostrava chiaramente il forte calo di partecipazione, soprattutto tra i giovani.

E quella presentazione, che tu avresti visto se non ti fossi presentato con un’ora di ritardo, non era volta né a criticare nessuno, né tanto meno ad escogitare “trappoloni” nei tuoi confronti: serviva per stimolare il dibattito, anche con i protagonisti delle primarie, sul perché di quel calo ed evitare che si replicasse alle elezioni.

Calo che tu neghi e continui a negare, ripetendo ad infinitum che hai portato a votare “gente che non votava da 10 anni”.

Il che può anche essere vero, ma non cambia il dato di fondo che alle ultime elezioni primarie, rispetto a quelle del 30 gennaio 2006, vi è stato un calo del  18,26%, pari a 15.065 persone che non sono andate a votare.

Ed eccezion fatta per la Zona 1, dove vi è stato un incremento dell’8,14% (677 votanti), in tutte le altre zone l’affluenza subisce un decremento medio pari al 21,34% rispetto al 2006.

Questi sono i dati, questi sono i fatti. Che tu misteriosamente neghi.

Diceva Bertold Brecht: “Chi non conosce la verità è uno sciocco. Ma chi, conoscendola, la chiama bugia è un delinquente.” Non pensando né l’una né l’altra cosa di te, mi chiedo il perché della tua reazione e gradirei, non solo io, una risposta.

Del resto, la tua stessa replica al mio “non è vero, vi è stato un calo del 18,26%”, è di per sé offensiva e mi ha ricordato tanto atteggiamenti tipici di quei politici che vari rottamatori e “poeti” (si fa per dire) nazionali dicono di voler superare, salvo circondarsene ad ogni occasione elettorale: “Ascolta prima di parlare! Non si può stare sempre a criticare!” (a breve il video integrale)

Paradossale, se si pensa che eri stato invitato per farlo e, recitando la tua verità precostituita (indecente la lezioncina sulle “debite proporzioni”), non l’hai minimamente fatto. Mentre lo ha fatto Onida, lo ha fatto Cavalli, lo ha fatto Sacerdoti.

Forse qualche Vermilinguo di tolkeniana memoria ti ha raccontato che a Milano si vince raccontandosi delle favole, perché in fondo la Destra vince da 16 anni raccontandole.

Mi spiace deluderti, ma non è così.

Perché come diceva Enrico Berlinguer: “La Sinistra non vive e non vince senza valori ideali.” E difatti la Sinistra è morta e non vince proprio perché questi ideali vengono continuamente tirati in ballo ad ogni elezione per raccattare voti, ma poi nella pratica quotidiana vengono immolati sul sacro altare della real-politik.

Soprattutto, la Sinistra non vince raccontando favole ai giovani, che se proprio devono ascoltarle, preferiscono andare al cinema (in questo periodo pre-natalizio, tra Harry Potter e le Cronache di Narnia, la scelta è varia).

Perché l’altro dato che tu neghi è il fatto che i giovani, alle primarie, non sono andati a votare. E qui ti smentisce invece la SWG (di cui per sei anni ha fatto l’Amministratore Delegato Davide Corritore, tuo supporter), che il 17 novembre su Repubblica mostrava gli sbalorditivi risultati di un’indagine condotta sull’età dei partecipanti alle primarie: solo il 3% era sotto i 25 anni e solo l’8% era sotto i 34.

Che in soldoni significa che solo 2000 giovani sotto i 25 anni su 78000 aventi diritto sono andati a votare: un po’ poco per chi vuole strappare Milano alla Destra, visto e considerato che nelle primarie americane i giovani sono la linfa vitale di ogni movimento per il Cambiamento.

 Del perché tu continui a negare l’evidenza dei fatti, sinceramente non mi interessa: avrai le tue buone ragioni. Ma il fatto di essere stato accusato di non ascoltare, quando è oramai troppo tempo che lo faccio nei confronti tuoi e dei tuoi sfegatati supporters (capintesta di SEL perlopiù), questo lo trovo inaccettabile.

Pensavo che la serata di martedì potesse far riaccendere in me un po’ di quella passione che anni di delusioni avevano inesorabilmente affievolito, tanto da portarmi a fare politica fuori e tra i partiti, ma non dentro, lottando per le battaglie in cui credo, la più importante quella sulla Questione Morale, insieme a ragazzi di 20 anni come me.

Abbiamo creato un network di persone attraverso l’Associazione Nazionale Enrico Berlinguer che in tutta Italia conta più di 112.000 persone, di cui 17.000 solo a Milano, un sito web che ha migliaia di visite al giorno e che diffonde, attraverso il lavoro di migliaia di compagni della mia età, le idee di Enrico Berlinguer, troppo a lungo bistrattato e dimenticato dalla Sinistra (tutta).

Ero pronto, eravamo pronti, noi giovani tutti, a darti una mano: il ruolo di angeli del ciclostile, però, se permetti, ci va troppo stretto, se non altro perché il ciclostile è superato da una trentina d’anni.

Diceva Eugenio Montale che “a questo mondo si può esser solo farciti o farcitori”.

 Ebbene, non so te, caro Giuliano, ma a me la vocazione del panino non è mai venuta. E come a me, a tanti altri giovani, che alle primarie, a differenza mia, non sono andati a votare.

 E finché continuerai a negare la realtà, dubito che andranno a votare in primavera. La serata di martedì è stata un’occasione sprecata. Da te, ovviamente, visto che noi eravamo armati delle migliori intenzioni, io personalmente lo ero. Ma mi hai deluso.

Con i migliori auguri,
Pierpaolo Farina
Presidente dell’Associazione Nazionale Enrico Berlinguer




8 dicembre 2010

Prossima fermata, Arcore. Ovvero: l’insostenibile ipocrisia di Matteo Renzi

Ma un manifesto politico che abbia come unico slogan l'idea di andare "oltre le ideologie" non è niente. È il vuoto. O forse è solo un altro ideologismo.
(Massimo Giannini, 7 dicembre 2010, Repubblica)

 

Doveva rimanere riservato, poi la notizia è filtrata. Comunque sono pronto a rifarlo, vado oltre le ideologie.” Così si è giustificato da principio Matteo Renzi, di fronte alla rabbia montante dei democrats, suoi supporters e non, di fronte alla notizia di un incontro riservato ad Arcore l’altro giorno con Silvio Berlusconi.

 

La motivazione ufficiale dell’incontro è fragile, quanto ipocrita, e risulta dunque poco credibile anche agli occhi dei più sfegatati fan del leader dei rottamatori, quello che, per intenderci, ce l’ha a morte con D’Alema per il patto della crostata e la Bicamerale, e invoca ogni volta una distruzione del passato in virtù del “nuovo che avanza”.

 

Nella sua nota su facebook, infatti, il sindaco di Firenze ha dichiarato:

 

“Ho incontrato Silvio Berlusconi, che mi ha gentilmente fissato l’appuntamento che gli avevo chiesto qualche settimana fa. Ho chiesto al presidente del Consiglio di mantenere gli impegni per Firenze che il Pdl si era preso in campagna elettorale, a partire dalla legge speciale. Dieci giorni fa ho corso persino una Maratona per dimostrarlo (e ancora mi fanno male le gambe, ma avevo dato la mia parola). Se il Governo vuole mantenere gli impegni, l’occasione più logica è il decreto mille proroghe che va in votazione a stretto giro: non sarà una legge speciale, ma potrebbe esserci un gesto di attenzione per Firenze.”

 

Nulla da obiettare, se non fosse che lo stesso sindaco, beccato con le mani “sulla crostata”, inizialmente ha dichiarato che l’incontro doveva rimanere segreto: e perché mai, vista la nobiltà degli intenti? Soprattutto: perché proprio Arcore e non una sede istituzionale? Di queste cose, da che mondo e mondo, se ne parla in pubblico: a che pro tenere lontani giornalisti ed elettori?

 

Soprattutto: alla vigilia di un voto che probabilmente sancirà la fine di questo governo, la visita del sindaco di Firenze è quanto meno inutile. E dunque persino sospetta. Cosa può garantire infatti a Firenze un presidente del Consiglio che tra meno di una settimana sarà già salito al Quirinale a rassegnare le sue dimissioni? Nulla, con tutta evidenza.

 

E allora si riaffacciano vecchi fantasmi, che oramai rottamazioni e facili populismi degli ultimi mesi avevano spazzato via, ma che ora riemergono con tutta la propria ambiguità, come ad esempio il sospetto di una vittoria di Renzi alle primarie grazie ai voti del Pdl e di CL (avvalorato dalle parole di Verdini).

 

Oppure quelle intercettazioni relative all’inchiesta sulla P3 in relazione a quel volo promesso da Riccardo Fusi, ex presidente dell’azienda edilizia Btp e grande amico di Verdini, per permettere a Renzi (in quel momento presidente della Provincia) di non far tardi alle Invasioni Barbariche. Promessa fatta ad Andrea Bacci, che presiedeva il Cda di Florence Multimedia (società creata da Renzi per la comunicazione della Provincia di Firenze). Circostanza sempre smentita dall’utilizzatore finale dell’elicottero, ma allora ci sarebbe da chiedersi il perché di tanta solerzia da parte di Bacci nell’attivarsi presso Fusi.

 

Del resto, sin dal giorno dopo le primarie che lo incoronarono candidato sindaco, il rutelliano e ciellino Matteo Renzi si distinse da subito per un’ondata di veleni contro Veltroni e, dopo le sue dimissioni, contro Franceschini (il vice-disastro), dichiarò apertamente che “Prodi ha fatto schifo”, sbatté fuori dalla coalizione la Sinistra, fino ad arrivare ai proclami contro Bersani e ad invocare rottamazioni di classi dirigenti e cancellazione di storie, passioni, ideali e figure esemplari (noto il suo rigetto per persone come Berlinguer e Pertini).

 

Che poi il metodo Renzi fu già efficacemente sintetizzato da Gramsci, quando parlava di nuove generazioni “costruttrici di soffitte” che si lamentavano del fatto che quelle precedenti non avessero costruito dei palazzi: “fare il deserto per emergere meglio.

 

Ma come ha efficacemente detto anche Massimo Giannini su Repubblica, confondere il nuovismo con il nuovo significa scavarsi la fossa da soli. Perché per guardare al futuro bisogna conoscere, comprendere, apprezzare il passato.

 

Perché un partito, senza memoria, non esiste: un partito può avere dentro di sé molte memorie, può avere molte radici, ma non può esistere partito che non abbia nemmeno una memoria e nessuna radice.

 

Andare “oltre”, sempre e comunque, non serve a niente e a nessuno. Perché come disse una volta D’Alema, quando diceva ancora qualcosa di sinistra, “Oltre la Sinistra, c’è solo la Destra”.




1 dicembre 2010

L’assurdità tutta italiana delle primarie partitocratiche

Mi è capitato di leggere nella cronaca milanese di Repubblica che “Il PD detta le condizioni a Pisapia: niente Onida e Idv”. Della serie: ci piace perdere facile.

 

Le motivazioni di quel Machiavelli bonsai con lo spessore politico di un’anatra zoppa qual è il presunto segretario provinciale del PD, Roberto Cornelli, sarebbero che “Onida e l’Idv continuano ad attaccare il Pd” e che “l’annuncio di una lista civica di Onida punta a spolpare elettoralmente il nostro partito.

 

Posto che dall’Idv si sono semplicemente limitati a non partecipare alle primarie perché le trovavano scandalosamente a rischio tarocco (e come loro l’hanno pensata anche quei 15.000 cittadini che sono rimasti a casa rispetto a cinque anni fa) e che Onida ha semplicemente giocato le sue carte durante la campagna elettorale, essendo l’unico veramente indipendente e senza partiti alle spalle, queste ennesime dichiarazioni rivelano un partito allo sbando e chiuso su se stesso, incapace di innovare, in quanto retto da equilibri correntizi precari, ma soprattutto di rinnovarsi di fronte ad un elettorato sempre più distante e sempre più disilluso.

 

Perché, posto che il PD è un morto che cammina a causa della sua classe dirigente nazionale e locale, l’idea di Boeri e di Onida di dare vita ad una lista civica per attrarre quell’elettorato deluso dalla Moratti e titubante verso Pisapia è una buona, anzi, un’ottima idea. Perché non costringe il candidato ad improbabili avvitamenti su se stesso per cercare di coprire tutto l’elettorato possibile, ma soprattutto dà prova anche a quegli elettori che non sono andati a votare alle Primarie che dopo di queste c’è vita, ma soprattutto c’è voglia di innovare e rinnovare un modo di fare politica troppo burocratico e fin troppo lontano dai veri problemi della gente.

 

Ora, la vera domanda è: dov’erano i giovani alle primarie? Il dato finale sulla partecipazione giovanile è impietoso: appena 2000 giovani tra i 18 e i 25 anni su un totale di 67.000 votanti. Appena il 3% dei votanti e il 2,56% degli aventi diritto (i giovani appartenenti a questa fascia sono 78.000 a Milano).

 

E quindi la domanda conseguente è: perché le primarie in Italia non funzionano o funzionano male? Semplice, perché a differenza di quelle americane che hanno incoronato Obama e funzionano benissimo da un paio di secoli, sono primarie “partitocratiche”.

 

E chi conosce almeno un po’ la realtà americana, in particolare la realtà dei partiti americani, sa che non sto dicendo una fesseria: perché negli USA i partiti a livello nazionale non esistono, sono solo una sigla, un nome, un target. Non hanno burocrazie nazionali stabili come quelli europei (e in particolare come quelli italiani), e si mobilitano solo per le elezioni presidenziali e per il Congresso, ma i candidati si avvalgono prevalentemente delle proprie macchine elettorali, cioè usano solo il nome del partito e poi hanno un loro staff.

 

E soprattutto: chi vince le primarie, non sta certo a concordare il programma con i candidati sconfitti. I quali possono portare il proprio contributo (è il caso della Clinton che si è spesa in maniera preponderante per Obama), ma solitamente escono silenziosamente di scena.

 

Le primarie in Italia invece non funzionano proprio perché il partito che le ha importate, il PD, ha sempre preteso di imporre il proprio candidato sugli altri, e ha trasformato ogni volta le primarie in un referendum su se stesso. E puntualmente da 3 anni, cioè da quando è nato, il PD riesce a vincere solo le primarie ristrette a se stesso (a volte neppure le fa, fregandosene della base), perdendo tutte le altre e dimostrando sempre una volta di più quanto sia insensata la folle corsa verso il centro, e quindi verso destra, di un partito a cui mancano giusto 27 punti percentuali per correre da solo e non ha mai portato al governo del Paese, avendo la sua nascita accelerato la morte del Governo Prodi.

 

Quelle italiane sono dunque primarie geneticamente modificate, snaturate, al rovescio: i candidati vengono appiattiti sui partiti e non viceversa, il peso delle correnti (e delle relative clientele) è soffocante, ipocrisia e aridità intellettuale e ideale fanno fuggire i giovani, che sono la linfa vitale delle primarie americane.

 

E già solo il fatto che il PD scriva le regole del gioco e poi si eserciti in indecenti distinguo a dettare le condizioni al candidato, invocando una conventio ad excludendum nei confronti di un partito senza il quale non si vince e, soprattutto, nei confronti di un Presidente emerito della Corte Costituzionale per il quale hanno votato circa la metà dei giovani che sono andati alle primarie, ebbene questo fa capire il perché penso sia assurdo invocare le primarie, se poi permangono gli stessi vecchi modi di far politica.

 

E temo che nessuno possa smentirmi, se dico che l’incipit della famosa intervista di Berlinguer sulla Questione Morale, rilasciata il 28 luglio 1981 a Scalfari, si possa benissimo applicare anche al Partito Democratico:

 

“I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero.

 

Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune.

 

La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi.”

 

Per questo dico che le Primarie all’italiana, così come vengono fatte, ma soprattutto, con i partiti che ci sono, non servono assolutamente a nulla. Per questo sono convinto che bisogna stare sempre più vicino al nostro candidato sindaco, sostenerlo e soprattutto non fargli mancare il nostro appoggio, indipendentemente dalle diverse sensibilità che ci caratterizzano.

 

Questo è l’unico modo per dare un po’ di normalità a delle Primarie che normali non sono state e continuano ad essere poco attrattive per chi, come me, ha 20 anni e si è decisamente stancato di gente che pretende di insegnarti come si vince, avendo alle spalle solo sconfitte.

 

Per questo io ho sostenuto e continuerò a sostenere Giuliano Pisapia.




16 novembre 2010

Il Dolce Stil Novo del Pd Milanese

Ho deciso di pubblicare la TopTen dei migliori commenti sulla vittoria di Giuliano Pisapia alle primarie milanesi, da parte di chi invece non l'ha sostenuto (ovverosia il PD). E' scontato dire che sono convintissimo che migliaia di persone veramente democratiche si impegneranno a sostegno della candidatura di Giuliano senza se e senza ma, eppure sono convinto che faccia bene a tutti leggere un po' quello che circola per fb da parte dei trinariciuti che inseguono un gruppo dirigente fallimentare e fallito. 

 

 

“a prendere soldi da Marzotto insieme a Ghedini c'è Pisapia. E forse anche tu che reggi il moccolo.”

(in risposta alla mia obiezione che i veleni sui candidati erano usati in modo rigorosamente bipartisan… difatti…)

 

Ma perche' dici ste gigantesche puttanate?

(Majorino declama in dolce stil novo il suo disappunto per il fatto che mi diano del mafioso… ma se la prende con me che ho riportato l'insulto, non con quelli con cui faceva campagna elettorale fino al giorno prima).

 

“Avete perso voi la trebisonda, voi minoranza residuale di questo Paese che con arroganza volete dettare le leggi agli altri. Forse ritornare a scuola di democrazia vi farebbe bene. Siete solo una delle facce del berlusconismo e con questo stop alla discussione con persone come te è solo tempo perso.”

(Uno gli fa gentilmente notare che avevano promesso di sostenere Pisapia, loro rispondono che è una vergogna che gli elettori non abbiano votato per Boeri e che gli elettori devono andare a lezione di democrazia… poi si chiedono perché perdono)

 

“stai attenta, camilla.

potresti nuocere gravemente al tuo candidato.

inizia a usare il cervello, prima che sia troppo tardi.

io 5 anni di moratti (o di albertini) me li faccio ancora senza problemi, se serve a farti imparare un po' di buone maniere…”niere.
e non credo di essere il solo.
inizia a familiarizzare con questo concetto, prima che sia troppo tardi.
prova, almeno.

(bhè, qui diciamo che non c’è bisogno di commentare)

 

Non condivido le vostre dimissioni perchè non è colpa vostra avere perso sulla candidatura di Boeri, ma delle persone singole del partito che hanno votato per alltri candidati

(difatti, non è colpa loro… è sempre colpa degli altri… e poi c’è anche chi ha il coraggio di dire che i trinariciuti e il centralismo democratico erano vecchie bardature ideologiche del PCI di Togliatti).

 

E' strano cmq che una città di tradizioni socialiste come Milano (e non mi riferisco ai Pillitteri e all'apostasia craxiana) da vent'anni si sia data in pasto alla Lega e a FI e per la sua parte di sx si volga ora agli eredi del gruppettarismo protestatario anni settanta.

(commento di un militante del PD di Roma…)

 

le dimissioni dal Pd le devono dare altri, non voi. non vedo l'ora che cominci questa discussione interna perché ci sono molte cose da dire. quanto a ripartire con pisapia, piano piano, permesso e per favore. grazie. e quindi non hanno rispettato la scelta di Voi dirigenti

(un commento onesto e imparziale riguardo le dimissioni dei vertici lombardi sulla bacheca di Majorino)

 

Io non sono milanese ma secondo me li abbiamo perso tutti oggi. Quello che proprio non capisco è perché se il PD fa così schifo, ad una certa sinistra, alla fine si candidano alle primarie e vogliono allearsi con noi. Non sarebbe più coerente andare da soli? Ovviamente io estremizzo ma adesso ne ho un po' piene le scatole e pretendo rispetto....

(addirittura adesso gli isolani dell’Elba ci deliziano con le loro acute analisi politiche… fanno tanto gli americani, poi si scoprono per quel che sono: i trinariciuti di sempre)

 

Dopo la Puglia, Milano, dopo aver impedito le primarie in Lazio ed in Piemonte, insomma dopo una serie di figuracce come questa, qualcuno mi sa spiegare perchè il Pd continua questa gestione tutta sgangherata di un sistema di valutazione popolare dei candidati?

(commento di un tale che addirittura sostiene che negli USA esiste la partitocrazia… questi sono i mali che sorgono quando si permette di fare i politicanti anche a chi non ha mai letto un manuale base di Scienza Politica)

 

Il secondo mandato della Moratti è ancora più vicino.

(frase da Apocalips… ‘mo)

 

 

La morale è: il velo di ipocrisia che copriva, ma ovviamente non poteva mascherare, un gruppo di dirigenti e di fedeli trinariciuti è saltato con la sconfitta del loro candidato. E questo è il risultato: nessun rispetto, parole d’ordine berlusconiane, volontà di dividere, personalismi e odio inter e infra-partitico. Poi ci chiediamo perché abbiamo perso l’egemonia culturale… poi ci chiediamo perché abbiamo perso per 20 anni le sfide globali, elettorali e politiche. Poi ci chiediamo perché la gente non va più a votare.

 

Questi commenti hanno un effetto benefico sul mio orgoglio: da domani sostenere Pisapia ancora di più. Per dare l’ennesima dimostrazione a questa gente che essere di Sinistra non solo fa bene al cuore e alla mente, ma fa anche vincere le elezioni.




15 novembre 2010

Vince Pisapia e abbiamo vinto tutti

"Vince Pisapia e perde il PD", titolano i giornali. Io la penso in modo diverso e per una volta uscirei dalla logorante logica congressuale post-diessina: Vince Pisapia e abbiamo vinto tutti.

 

La prima volta che ho incontrato Giuliano Pisapia è stato l’8 settembre, alla Libreria del Mondo Offeso: sarà che sono troppo legato ai simboli e alle date storiche, però già questo poteva far presagire qualcosa. In più, una tempesta improvvisa ha de facto benedetto tutti, tanto da farmi esclamare: “candidato bagnato, candidato fortunato.” Che dire, come al solito sono stato profetico.

 

Boeri si era (o era stato) appena candidato, dopo un paio di settimane di indiscrezioni e pubbliche smentite, e faceva avanti e indietro dalla festa del Pd milanese per “salutare” (ipse dixit) i leader nazionali. E dire che avevo anche visto la sua candidatura con un certo interesse, visto che non sembrava il solito imbecille paracadutato dai vertici (e difatti così non è stato, anche se i vertici hanno contribuito non poco alla sua disfatta).

 

Devo dire che ero molto scettico: pensavo di trovarmi di fronte il solito candidato tutto fumo e niente arrosto, eppure, nonostante fosse un avvocato (e già partiva in svantaggio ai miei occhi), mi entusiasmò veramente tanto. L’assicurazione poi che non avesse partiti alle spalle e che di fatto il “suo” partito eravamo noi volontari o simpatizzanti, mi entusiasmò ancora di più.

 

Poi nei fatti non è stato proprio così, ma penso faccia parte delle regole del gioco. E se Boeri ha perso ieri, non è per l’effetto Vendola o per tafazzismo o per il voto d’opinione (che pure è il più nobile dei voti, se qualche dirigente pd avesse letto un manuale base di scienza politica lo saprebbe), bensì per il fatto che per la prima volta a Milano abbiamo avuto un candidato che si è consumato la suola delle scarpe: è andato in giro a convincere uno ad uno tutti quelli che domenica lo hanno votato, senza spocchia e sempre attento all’ascolto, senza mai peccare di superbia o dimostrare arroganze insopportabili. Ma soprattutto, lo ha fatto da luglio, rimanendo tutto agosto a Milano a parlare con i cittadini. Cosa che nessuno degli altri candidati ha fatto.

 

In quello che adesso orde di piddini imbufaliti definiscono “l’antipolitica” emerge l’ennesima miope indifferenza dei militanti e della classe dirigente di un partito in agonia che si rifiuta di prendere atto che la Questione Morale è la prima e principale questione italiana e che finché non deciderà di aggredirla in pieno, andando alle sua antiche radici, non potrà mai dare prova di essere un partito nuovo, ma soprattutto valido per l’alternativa. Ma questo pare nessuno ci sia ancora arrivato.

 

Perché se agli ideali e alle buone intenzioni si evita di dare continuità e sostanza; se la militanza diventa un mero sfogo di ambizioni personali e il tesseramento una vecchia bardatura del potere democristiano; se la passione viene continuamente uccisa da dosi letali di realpolitik, ma soprattutto, se dei legami e dei simboli, oltreché della memoria, ci si ricorda solo al momento di chiedere il voto e le sezioni diventano luoghi di apparato; se le primarie vengono considerate una fastidiosa perdita di tempo e la scelta dei candidati alle elezioni si trasforma in una guerra tra satrapi e capibastone; se l’ideale diventa obsoleto e la coerenza morale si trasforma in dialogo basato sul nulla e con nessuno; se insomma, non esiste più una leadership e un partito che si occupino dei problemi della società, senza dimenticare da dove vengono e ben spiegando dove vogliono andare, spiegatemi perché si dovrebbero biasimare gli elettori di Sinistra che scelgono di non andare a votare, nauseati da ciò che li circonda, oppure non votano per il candidato indicato dal loro partito, ma votano quello a lui contrapposto?

 

È ovvio che non si possono biasimare. Perché a differenza degli sconfitti, Giuliano Pisapia una cosa l’ha fatta, e per me vale di molte più posizioni che di lui non condivido: ha dato continuità e sostanza ad un progetto. E già solo per questo, abbiamo vinto tutti. Checché ne dicano i gufi dell’ultima ora.




12 novembre 2010

Qualcosa Di Sinistra

Da oggi, ogni venerdì, terrò una rubrica su "Qualcosa Di Sinistra", un nuovo blog a più mani collegato a EB.IT - Il Primo Sito Web su Enrico Berlinguer.

La Rubrica si chiama "Il Rompiballe" e chi mi segue su questo blog sin da quel lontano luglio 2007 in cui mi misi a parlare di Questione Morale, può anche capire il perché.

Diciamo pure che questo blog "a una voce" non mi bastava più, quindi ho deciso di raccogliere altri giovani ventenni, nella speranza di poter riflettere e far riflettere su temi e argomenti un po' più alti di quelli di cui si discute di solito su un blog.

Quando nel febbraio 2009 fondai EB.IT, mai avrei pensato che sarebbe diventato uno dei siti più visitati, con oltre 100.000 simpatizzanti legati alla pagina fb di Berlinguer, che ho tirato su insieme all'amico Francesco Milione (i miracoli di fb: Milano-Potenza in pochi secondi). E dire che eravamo partiti con una trentina di visitatori e pochi fan su fb.

E quando a luglio abbiamo deciso di fondare l'Associazione Nazionale Enrico Berlinguer, mai ci saremmo aspettati la valanga di iscritti da tutta Italia che ci scrivono e vogliono dare il proprio contributo.

Quindi Qualcosa Di Sinistra è la naturale evoluzione di un progetto, quello di ridare ossigeno ad una Sinistra che oramai ha perso la bussola e non sa più dove andare. A 21 anni dalla Svolta della Bolognina, sarebbe anche ora che noi, che siamo nati poco prima o poco dopo la caduta del comunismo internazionale e la fine delle grandi ideologie del Novecento, ci diamo da fare per non diventare, sul lungo periodo, dei meri "costruttori di soffitte", come i nostri predecessori.

Noi studiamo per costruire palazzi: se ci riusciremo, solo il tempo potrà dirlo...




31 ottobre 2010

Il Giovanilismo di Renzi&Co., un danno per la Sinistra e l'Italia

Che la classe dirigente del Pd piaccia sempre meno, questo è un dato di fatto. Non piace nemmeno al sottoscritto, che a più riprese su questo blog ha denunciato come l’Italia sia l’unico paese al mondo dove si è cambiato quattro volte nome al partito, senza cambiare in realtà l’unica cosa che si doveva cambiare, ovvero la classe dirigente.

Eppure, se vedo le facce (e i modi) del nuovo che avanza, non posso fare a meno di notare che se la generazione di D’Alema e Veltroni era quella che sapeva costruire solo soffitte (per dirla alla Gramsci), quella dei Renzi e dei Civati non sa costruire nemmeno quelle.

Diceva infatti Gramsci, in “Passato e Presente”, che:

“Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa, anche se assume pose gladiatorie e smania per la grandezza. È il solito rapporto tra il grande uomo e il cameriere.

Fare il deserto per emergere e distinguersi.

Una generazione vitale e forte, che si propone di lavorare e di affermarsi, tende invece a sopravalutare la generazione precedente perché la propria energia le dà la sicurezza che andrà anche più oltre; semplicemente vegetare è già superamento di ciò che è dipinto come morto.


Si rimprovera al passato di non aver compiuto il compito del presente: come sarebbe più comodo se i genitori avessero già fatto il lavoro dei figli. Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente: chissà cosa avremmo fatto noi se i nostri genitori avessero fatto questo e quest’altro... ma essi non l’hanno fatto e, quindi, noi non abbiamo fatto nulla di più.

Una soffitta su un pianterreno è meno soffitta di quella sul decimo o trentesimo piano? Una generazione che sa far solo soffitte si lamenta che i predecessori non abbiano già costruito palazzi di dieci o trenta piani. Dite di esser capaci di costruire cattedrali, ma non siete capaci che di costruire soffitte.”

Ebbene, la generazione dei D’Alema e dei Veltroni, che criticano de facto la generazione dei Berlinguer di non aver fatto quello che poi loro hanno delegato a fare, per mancanza di coraggio, ad Achille Occhetto (e assolto il ruolo, lo hanno archiviato come nulla fosse), è sicuramente
quella generazione che ha saputo fare solo soffitte, e alla fine sono diventati i custodi delle rovine, non gli architetti di un nuovo Palazzo.


Il problema dei Renzi e dei Civati è che non hanno costruito nemmeno una soffitta: stanno lavorando per distruggere però quella che c’era prima. In nome di cosa? Del fatto che loro hanno meno di quarant’anni e che quindi è cosa buona e giusta distruggere tutto quello che c’era prima, “fare il deserto”, affinché possano emergere meglio.

Perché l’unico argomento che i “rottamatori” usano per allargare il consenso alla loro causa è proprio questo: noi abbiamo poco meno di quarant’anni e siamo più bravi. E, dando prova di grande modestia ed umiltà, si paragonano ad Obama, a Milliband, a Zapatero e, perché no, finanche a Kennedy, Blair e tutti gli altri quarantenni di successo. Dimenticandosi però di citare anche il percorso di questi vincenti, che è un tantino più virtuoso del loro, e che li ha portati ad un successo nei fatti indipendente dal dato anagrafico.

Prendete Civati, che è sicuramente più dotato di Renzi (il cui background politico da ciellino e rutelliano spiegano parte del suo successo alle primarie… lo abbiamo votato noi, Verdini dixit): poteva candidarsi alle regionali di quest’anno, chiedendo le primarie, invece, per mancanza di coraggio, si è lasciato imporre da Roma il perdente di successo Penati. Con i risultati che sappiamo.


Adesso però ha buon gioco a dire che non tollererà più candidati imposti da Roma: difatti, dopo un iniziale imparzialità nelle primarie milanesi, adesso si è schierato apertamente con Stefano Boeri, scelto de facto con il benestare romano di Bersani e Penati (ma anche di Veltroni,
Chiamparino e tutti quelli che, essendo vecchi, dovrebbero essere mandati a casa a prescindere).


Se il signor Renzi proponesse qualcosa di più del “siamo giovani, quindi siamo meglio” (equazione mai dimostrata dai fatti), forse sarebbe più credibile. Ma il Giovanilismo infarcito di populismo, pressapochismo e demenza assortita (ereditata da chi si vorrebbe mandare a casa), non può essere una risorsa, ma solo l’ennesimo danno, perché non risolve
i problemi, ma li manda ancora di più in cancrena.

E ho un fastidio antropologico, nemmeno politico, nei confronti di questi costruttori di nulla che hanno smania di apparire e, non contenti delle rovine fatte dai costruttori di soffitte, vogliono distruggere anche quelle.


I custodi delle rovine e i costruttori di soffitte non si battono con il giovanilismo, ma con idee nuove e ideali. E così, forse, si riescono a vincere anche le elezioni nazionali.



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"Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata."
(Enrico Berlinguer)

"Credo che la libertà sia uno dei beni che gli uomini dovrebbero apprezzare di più. La libertà è come la poesia: non deve avere aggettivi, è libertà."
"Alla fine il reato più grave diventa quello di chi racconta certe cose, anzichè chi le fa. La colpa non è dello specchio, ma di chi ci sta davanti."
(Enzo Biagi)

"L'Italia berlusconiana è la peggiore delle Italie che ho mai visto, per volgarità e bassezza. Il berlusconismo è la feccia che risale il pozzo. Gli italiani devono vedere chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, al Quirinale, al Vaticano, dove vuole. Soltanto dopo saremo immuni."
(Indro Montanelli, 2001)


"Sarebbe ora di finirla con questa damnatio memoriae per cui la storia del Novecento ruota intorno ai comunisti, agli ex comunisti ed ai comunisti o filocomunisti pentiti. C'è una grande storia che è stata rimossa: quella degli antitotalitari democratici e liberali – anticomunisti e antifascisti – che non hanno avuto bisogno di rivelazioni tardive, di omissioni generalizzate e di compiacenti assoluzioni."
(Vittorio Foa, 2006)

"Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perchè lì è nata la nostra Costituzione."
(Piero Calamandrei)

"Quali garanzie offre questo Stato [...] per quanto attiene all'applicazione del diritto, della legge, della giustizia? Quali garanzie offre contro [...] l'abuso di potere, l'ingiustizia? Nessuna. L'impunità che copre i delitti commessi contro la collettività e contro i beni pubblici, è degna di un regime di tipo sudamericano: neppure uno dei grandi scandali scoppiati in trent'anni ha avuto un chiarimento, nessuno dei responsabili è stato punito [...] in ogni città e in ogni villaggio è possibile compilare un lungo elenco di malversazioni, di casi di concussione e di abusi rimasti impuniti; i cittadini che fanno il proprio dovere, innanzitutto come semplici contribuenti, si vedono regolarmente presi in giro prima e ridicolizzati poi [...] perchè quelli che frodano il fisco vengono poi premiati con le leggi di perdono fiscale che costituiscono una esortazione e un incoraggiamento al non rispetto della legge, a essere un cattivo cittadino."
(Leonardo Sciascia, 1979, intervista a Marcelle Padovani)

"Io ritengo che il politico di sinistra deve essere in qualche modo ispirato da ideali, mentre il politico di destra basta che sia ispirato da interessi: ecco la differenza"
O illusi, credete proprio che la fine del comunismo storico abbia posto fine al bisogno e alla sete di giustizia?
(Norberto Bobbio)

"Chi non conosce la verità è uno sciocco. Ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente"
(Bertold Brecht)


"Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola"
(Giovanni Falcone)
"Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe"
(Paolo Borsellino)

"Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'omicidio, ordinino un pubblico assassinio"
(Cesare Beccaria)